Gestione e tutela delle risorse idriche nei processi di sanitizzazione

Firenze |Manuele Camolese - Marianno Franzini |8 ore | 10 Maggio 2021

intervento di CLARA BENEDETTI

libera professionista

La qualità delle acque potabili e reflue

L’acqua è una risorsa essenziale per la sopravvivenza degli organismi viventi e preziosa per lo svolgimento di attività antropiche fondamentali. Spesso l’acqua potabile è considerata una risor- sa garantita a cui attingere liberamente ma in realtà è una risorsa limitata che può mancare in periodi di siccità e che può essere facilmente inquinabile.

Sulla base della legislazione vigente le acque possono essere suddivise in:

• acque destinate al consumo umano

(acque potabili)

• acque superficiali

• acque sotterranee

• acque reflue

Acque destinate al consumo umano

Le acque destinate al consumo umano sono normate dal D.Lgs. 31/2001 e s.m.i. che, allo scopo di tutelare la salute umana, definisce le caratteristiche chimiche e microbiologiche affinché un’acqua possa essere classificata come “potabile”.

L’articolo 4 del decreto stabilisce che le acque destinate al consumo umano devono essere salubri e pulite, ossia non devono contenere microrganismi e parassiti, né altre sostanze, in quantità o concentrazioni tali da rappresentare un potenziale pericolo per la salute umana.

La potabilità di un’acqua viene verificata attraverso l’analisi chimica e microbiologica dei parametri riportati nel D.Lgs. 31/2001, per i quali sono stabiliti dei valori-limite da rispettare. Poiché i parametri indicati sono molti, una veri- fica completa risulta onerosa, e normalmente si procede per gradi: sulla base dell’origine dell’acqua si analizzano i parametri che si reputano più a rischio di alterazione o contaminazione escludendo gli altri (tabelle 1 e 2).

• Se l’acqua proveniente da una rete di distribuzione è controllata e garantita fino al punto di consegna (contatore) dal gestore della rete stessa, dopodiché sarà cura del consumatore te- nere sotto controllo eventuali alterazioni. Sono necessarie analisi in presenza di serbatoi di stoc- caggio o trattamenti di depurazione.

• Se l’acqua proviene da acque sotterranee (esempio: pozzi) o da acque superficiali (esem- pio: fiumi o laghi) il controllo di potabilità deve essere accurato e deve comprendere i parametri microbiologici poiché la possibilità di un inquinamento della risorsa è rilevante.

In merito alla produzione di acqua potabile e ai trattamenti di potabilizzazione il D.Lgs 152/2006 – il Testo unico ambientale – individua, tra le acque superficiali a specifica destinazione funzionale, le “acque dolci superficiali destinate alla produzione di acqua potabile”.

L’articolo 80 del D.Lgs. n. 152/2006 stabilisce che le acque dolci superficiali destinate alla produzione di acqua potabile, in base alle caratteristiche fisiche, chimiche e microbiologiche che possiedono, siano classificate dalle Regioni, in base alla tabella 1/A dell’allegato 2, parte terza del decreto, nelle categorie A1, A2, A3 e sottoposte ai seguenti trattamenti:

• cat. A1: trattamento fisico semplice e disinfezione

• cat. A2: trattamento fisico e chimico normale e disinfezione

• cat. A3: trattamento fisico e chimico spinto, affinazione e disinfezione

Acque reflue

Per acque reflue, o acque di scarico, si intendo- no acque utilizzate dagli esseri umani in attività domestiche, industriali o agricole, e che, a segui- to dell’azione antropica, possono contenere so- stanze organiche o inorganiche potenzialmente pericolose per la salute e per l’ambiente. Di conseguenza tali acque devono essere sottoposte a processi di depurazione che le rendano compatibili alla reintroduzione nell’ambiente attraverso scarichi che possono convogliare:

• nella rete fognaria (valori limite di emissione in- dicati nel D. Lgs. 152/06, Allegato 5, Tab. 3, Parte III)

• nelle acque superficiali (valori limite di emissio- ne indicati nel D. Lgs. 152/06, Allegato 5, Tab. 3, Parte III)

• direttamente nel suolo (valori limite di emissione indicati nel D. Lgs. 152/06, Allegato 5, Tab. 4, Parte III)

Le caratteristiche chimiche e microbiologiche delle acque reflue sono definite dal D.Lgs. 152/06: l’articolo 74 del decreto le suddivide in tre categorie:

• acque reflue domestiche: “acque provenienti da insediamenti di tipo residenziale, da servizi derivanti prevalentemente dal metabolismo umano e da attività domestiche”

• acque reflue Industriali: “acque scaricate da edifici o da impianti, in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, diverse dalle acque reflue domestiche e dalle acque meteoriche di dilavamento”

• acque reflue urbane: “acque reflue domestiche o industriali convogliate in reti fognarie”

Il controllo analitico delle acque reflue è necessario per:

• verificare il buon funzionamento dell’impianto di depurazione

• controllare periodicamente i parametri previsti dall’Autorizzazione allo scarico

In ogni caso deve essere rispettata la conformità ai valori-limite indicati dalla legge di riferimento (D. Lgs. 152/06 Allegato 5, Parte III), la quale può subire addirittura ulteriori restrizioni da parte delle Regioni.

Nella tabella 3 e nella tabella 4 sono indicati i parametri più frequentemente oggetto di autorizzazione e controllo da parte degli enti competenti.

    

Acque di approvvigionamento per le piscine

L’articolo 8 della legge regionale n.8 del 09/03/2006 – “Norme in materia di requisiti igie- nico-sanitari delle piscine natatorie” – prevede che per l’approvvigionamento idrico delle pisci- ne possa essere utilizzata sia acqua proveniente da acquedotto che acqua sotterranea proveniente da pozzi.

Sempre più frequentemente i prolungati periodi di siccità costringono gli enti preposti a limitare l’utilizzo dell’acqua di rete per l’irrigazione e l’approvvigionamento di piscine: per questo motivo, nel corso degli ultimi anni, i proprietari degli impianti hanno dotato le proprie strutture di pozzi e impianti di potabilizzazione.

Al fine di salvaguardare la salute degli utilizzatori delle piscine la legge del 09/03/2006 (attua- ta in Toscana con il DPGR n.54 del 13/05/2015) impone che l’acqua di approvvigionamento non proveniente da pubblico acquedotto sia sottoposta a controlli semestrali e assimila i “requisiti fisici, chimico-fisici e microbiologici dell’acqua di approvvigionamento” alle caratteristiche dell’acqua potabile, richiedendo quindi che si- ano rispettati i valori-limite del D.Lgs. 31/2001. L’allegato D del DPGR n.54 del 13/05/2015 definisce i parametri da sottoporre ad analisi per la verifica della potabilità dell’acqua di approvvigionamento (tabelle 5 e 6).


intervento di MANOLA MEINI

titolare di Studiolab e libera professionista, consulente nel settore della gestione delle acque reflue

La disinfezione delle acque potabili e reflue

In linea generale la disinfezione ha per scopo la distruzione di germi patogeni e viene esegui- ta con mezzi chimici (disinfettanti), fisici (calore secco, vapor d’acqua, acqua bollente) o meccanici (filtri per trattenere le spore).

La disinfezione non deve essere confusa con la sterilizzazione, che è un procedimento mirato alla distruzione irreversibile di qualsiasi forma di vita microbica presente in un determinato ambiente o materiale.

La disinfezione, nella sua pratica applicazione, deve essere necessariamente commisurata alla diversa resistenza dei vari germi, tenendo anche conto dell’azione elettiva che spesso alcuni disinfettanti sono capaci di esplicare verso determinati agenti patogeni.

Al disinfettante vengono solitamente richiesti alcuni requisiti fondamentali:

• non alterare il substrato dove viene impiegato 

• non essere particolarmente tossico/irritante

• essere efficace

• agire rapidamente

• avere un ampio spettro d’azione

• mantenere stabile nel tempo il potere disinfettante

• la sua azione non deve essere ridotta da sostanze presenti nel substrato

• essere economico

• non avere colorazioni

Il concetto di sanitizzazione viene applicato in molteplici ambiti: dai macchinari ed impianti dell’industria alimentare, all’acqua potabile, alle acque reflue e delle piscine, all’aria, e così via. Ognuno di questi ha peculiarità diverse e richiede tecniche ed approcci specifici.

L’uso dell’acqua, ai fini igienici è stato preso in considerazione nel secolo XIX grazie all’avvento della microbiologia medica; con Pasteur, Koch, Lister e altri si sviluppò il concetto di inquina- mento microbiologico e la presa di coscienza delle modalità di sviluppo delle malattie contagiose. A partire dal XX secolo sono stati raggiunti livelli igienici sino ad allora sconosciuti.

Il cloro fu utilizzato per la prima volta come agente disinfettante dell’acqua destinata all’uso potabile nel 1896, a Louisville (USA), in abbinamento a un trattamento di filtrazione lenta su sabbia.

La pratica della clorazione ha in effetti debellato le malattie di origine batterica e virale che vengono tipicamente propagate attraverso l’acqua inquinata, come il colera, il tifo, la dissenteria. Tuttavia, secondo l’OMS (l’Organizzazione mondiale della sanità) ancora oggi più di nove milioni di persone muoiono ogni anno a causa di patologie provocate dal consumo di acqua non idoneamente sottoposta a disinfezione.

Nella disinfezione delle acque destinate al con- sumo umano si impiegano tecnologie in grado di rimuovere o ridurre la carica microbica presente di specifici agenti patogeni (batteri, virus, pro- tozoi) capaci di trasmettere infezione e quindi patologie attraverso l’acqua ingerita (od usata nelle preparazioni alimentari).

Il processo di disinfezione ha come scopo il raggiungimento di una densità microbica finale, per quanto riguarda specifici agenti patogeni, che non consenta una residua capacità di infettare; in alternativa, è ammissibile l’ottenimento di una capacità infettiva ritenuta accettabile, in relazione anche alle oggettive difficoltà tecniche ed alla rilevanza economica correlata al raggiungimento di una densità microbica post-trattamento con capacità infettiva zero.

La normativa italiana (ed europea) non definisce criteri di misura dell’efficienza del trattamento ma solo valori di parametri da rispettare per i vari parametri microbiologici.

I principali metodi chimici impiegano prodotti derivati del cloro (ipoclorito di sodio, di calcio, biossido di cloro), ozono, permanganato di potassio, sali di argento; ai metodi fisici appartengono: raggi U.V., membrane filtranti, il calore.

La disinfezione agisce sulle cellule dei microorganismi tramite diversi meccanismi, interagendo sulla parete delle cellule attraverso cambiamenti nella permeabilità oppure tramite un muta- mento strutturale negli enzimi. Questi disturbi, nell’attività delle cellule, inducono i microrganismi a non essere più in grado di moltiplicarsi e di vivere. I disinfettanti ossidanti inoltre interagiscono con la materia organica presente nell’acqua pertanto, alla necessità ed ai vantaggi della applicazione di processi di disinfezione chimici è strettamente correlato il problema dei sottoprodotti (generalmente indicati con la sigla inglese DBP, Disinfection by products) quali trialometani (cloroformio, bromoformio, dibromoclorometano, diclorobromometano) e acidi aloacetici (HA- ASs).

Nel 1971 Bellar evidenziò la presenza di cloroformio nell’acqua potabile proveniente dagli impianti di depurazione dell’acqua del fiume Ohio, sostanza che non era presente nell’acqua del fiume prima della sua potabilizzazione. Il cloroformio ed il diclorobromometano sono so- stanze classificate come possibili cancerogene per l’uomo (2B per IARC “Agency for research on cancer”).

Il decreto legge 31/2001 prevede valori di para- metro (vedi allegato I - Parte B) per i tiialometani (30 μg/l), per i cloriti (200 μg/l) e per i bromati (10 μg/l) il cui rispetto è obbligatorio.

Il valore di parametro per il disinfettante residuo viene considerato parametro indicatore (allega- to I - Parte C) e viene indicato come “valore mini- mo consigliato” e fissato a 0,2 mg/l.

Esistono sostanzialmente due aspetti ben di- versi e contrapposti che derivano dal consumo dell’acqua: i rischi associati a malattie epidemiche diffuse attraverso l’acqua e i rischi a lungo termine, dovuti all’esposizione a sottoprodotti di disinfezione considerati tossici, mutageni, cancerogeni, in base a test tossicologici.

Pertanto l’impiego della clorazione come trattamento di disinfezione richiede una doverosa riflessione su alcuni dati di fatto:

- il rischio di morte per la presenza di patogeni è almeno da 100 a 1.000 volte il rischio di sviluppa- re un tumore a causa della presenza di sottoprodotti di disinfezione (DBP)

- il rischio di contrarre una malattia dovuta a patogeni è almeno da 10.000 ad un milione di volte maggiore del rischio di sviluppare un tumore dovuto alla presenza di DBP

- secondo l’OMS (2003) le malattie infettive provocate da batteri, virus, protozoi patogeni e da parassiti, costituiscono ancora il più comune e diffuso rischio per la salute, associato all’acqua potabile

I fattori che influenzano la formazione dei sottoprodotti della disinfezione sono sostanzialmente legati al tipo di disinfettante, alla dose di disinfettante ed al residuo di disinfezione.

Ne consegue che il corretto impiego dei disinfettanti debba passare attraverso uno studio delle condizioni ottimali di esercizio del sistema di trattamento indirizzato alla scelta del prodotto o della tecnologia più efficiente che tiene con- to del tempo del contatto fra il disinfettante ed il microrganismo, della concentrazione residua finale desiderata e della quantità necessaria di prodotto chimico per disinfettare adeguatamente l’acqua.

Tutto ciò, unito ad un monitoraggio puntuale della concentrazione residua di disinfettante permette di evitare sovradosaggi e contribuisce a ridurre la formazione di sottoprodotti; è inoltre auspicabile prevenire la formazione dei sotto- prodotti mediante la rimozione dall’acqua di più materiale organico possibile, prima di applicare la disinfezione o in alternativa. In ultima analisi è anche possibile prevedere l’impiego di tecnologie di filtrazione su carboni attivi per la rimozione degli inevitabili sottoprodotti.

Risulta quindi di estrema importanza che le nuove tecnologie puntino a garantire una buona qualità sanitaria dell’acqua distribuita, sotto tutti i punti di vista, come l’applicazione di tecniche innovative di micro-, ultra-, nanofiltrazione ed osmosi inversa che sembrano offrire notevoli vantaggi sotto il profilo igienico-sanitario (nessuna aggiunta di prodotti chimici all’acqua, affidabilità, praticità di impiego).

Nella scelta del disinfettante ottimale devono essere quindi tenuti in considerazione molteplici aspetti e considerati i vantaggi e gli svantaggi; il parametro CT (concentrazione disinfettante x tempo di contatto = C [mg/L] x T [minuti]) è comunemente usato per determinare l’efficacia di un particolare disinfettante contro un certo microorganismo in specifiche circostanze.

Secondo la tabella 1, l’ozono è il disinfettante più efficace, poiché il valore di CT di ozono è molto basso. Le clorammine sono il disinfettante meno efficace e non possono essere usate con- tro il Giardia Lambia. Il cloro è efficace contro i batteri E. Coli e il virus della poliomielite. Il va- lore CT del cloro usato contro Giardia Lambia è molto superiore a quello del cloro usato contro il batterio di E. Batteri del Coli e il virus della poliomielite.

I disinfettanti possono uccidere efficacemente i microrganismi patogeni (batteri, virus e parassiti). Alcuni microrganismi possono essere resi- stenti: i batteri di E. coli, per esempio, sono più resistenti ai disinfettanti rispetto ad altri batteri e sono quindi usati come organismi indicatori. Parecchi virus sono ancor più resistenti dell’E.

coli. L’assenza di batteri di E. coli non significa che comunque l’acqua sia sicura perché alcuni parassiti protozoi come Criptosporidio e Giardia possono essere molto resistenti al cloro; le spore batteriche possono essere molto resistenti, la maggior parte dei disinfettanti non sono efficaci contro di esse.

Anche la natura dell’acqua che necessita di trattamento ha la sua influenza sulla disinfezione. Materiali presenti nell’acqua, come per esempio ferro, manganese, idrogeno, solfuri e nitrati reagiscono spesso con i disinfettanti, interferendo con la disinfezione.

Le conseguenze dell’impiego dei sanitizzanti può avere anche importanti ripercussioni sui trattamenti di depurazione delle acque reflue derivanti dalle attività produttive che ne impiegano in grandi quantità, come ad esempio negli impianti produttivi alimentari.

Quantità residue di sanitizzanti si ritrovano, in conseguenza dell’utilizzo dell’acqua impiegata come vettore, insieme alle altre sostanze inquinanti (detergenti, grassi, altri prodotti chimici, escrementi, sostanze organiche varie) nelle acque reflue, che prima di essere scaricate nuovamente nei corpi ricettori è necessario che subiscano dei trattamenti tali da allontanare le sostanze inquinanti presenti.

I trattamenti di depurazione di tipo biologico, come la fitodepurazione o il sistema a fanghi attivi, si basano sulla capacità depurativa di microrganismi come protozoi e batteri.

La depurazione biologica consiste nella rimozione di forme di inquinanti definibili in termini di sostanza organica, solidi sospesi e disciolti, azoto, fosforo, parte dei metalli, enterobatteri e virus presenti nei liquami mediante l’azione di vari microrganismi che la degradano e la utilizzano come substrato per il loro accrescimento e riproduzione.

Negli impianti di depurazione denominati “a fanghi attivi” le sostanze inquinanti vengono rimosse dalla biomassa, che è libera in sospensione nei liquami e dai quali viene poi separata mediante sedimentazione.

Prima dello smaltimento finale del liquame depurato viene realizzato un trattamento di disinfezione al fine di ridurre la carica microbiologica; di norma viene utilizzata una sostanza ossidante. Va da sé che la presenza di sanitizzanti in quantità significative possa interferire con tali processi. Analoghe considerazioni valgono inoltre per la disinfezione delle acque reflue depurate che spesso viene praticata come trattamento finale prima che vengano reimmesse nei fiumi, nei laghi e così via. Talvolta è ritenuto più opportuno affidare alla capacità autodepurativa dei corpi idrici la rimozione dell’inquinamento microbio- logico residuo, rispetto all’impiego di disinfettanti con la conseguente immissione dei sotto- prodotti della disinfezione, che spesso sono in concentrazioni significative vista la quantità di materiale organico inevitabilmente presenti nei reflui.

Una delle tecnologie che si è maggiormente sviluppata per far fronte alle esigenze nella depurazione dei reflui, e non solo, è quella dell’ozonizzazione. L’ozono è ritenuto il più potente ossidante attualmente impiegato nel trattamento delle acque, sia nel campo della potabilizzazione che in quello della depurazione delle acque reflue. Risulta al riguardo più efficace del cloro, eliminando anche i virus in grado di sopravvivere ad alte concentrazioni di cloro. Molto diffuso è anche l’utilizzo dell’ozono nell’igienizzazione delle piscine per il suo potere disinfettante ad ampio spettro d’azione.

Dal punto di vista prettamente chimico, l’ozono è una forma allotropica dell’ossigeno di formula O3. È conosciuto soprattutto per la funzione che svolge nell’equilibrio della terra, assorbe infatti la maggior parte delle radiazioni ultraviolette provenienti dal sole impedendo loro di raggiungere direttamente la superficie terrestre, inoltre viene prodotto naturalmente nell’atmosfera dalle scariche elettriche dei temporali.

La grande instabilità dell’ozono, che tende a dissociarsi per ridiventare ossigeno, obbliga l’utilizzatore alla produzione “in situ”.

L’ozono viene prodotto a partire da aria opportunamente essiccata oppure da ossigeno liqui- do mediante scariche elettriche ed insufflato nell’acqua da trattare mediante diffusori che ne assicurino la miscelazione ed il trasferimento. L’impiego crescente dell’ozono nei molteplici campi industriali è dovuto principalmente alle sue proprietà antisettiche e alla caratteristica di agire nei confronti della maggior parte degli inquinanti senza formare sottoprodotti di reazione tossici o comunque pericolosi.

Nel campo industriale e nella depurazione delle acque di scarico l’ozono viene impiegato per:

• assicurare la disinfezione mediante il suo elevato potere battericida

• decolorare

• garantire l’ossidazione nelle più diverse forme (es. fenoli, pesticidi, tensioattivi, idrocarburi) evitando la formazione di aloformi

• migliorare la biodegradabilità delle acque a monte di un trattamento biologico

• neutralizzare emissioni di gas maleodoranti Risulta evidente quindi che la disinfezione mediante ozono oltre a ridurre la carica microbio- logica, ha il duplice effetto di consentire un possibile riutilizzo delle acque reflue (naturalmente non per fini potabili) ma anche di proteggere il litorale e i corsi idrici dall’inquinamento.


Intervento di NICOLA CAFFI AVOGADRI

agronomo esperto nella realizzazione di impianti idrici

BIOZON nelle colture e nei vigneti

L’ozono ha proprietà battericida e germicida e in passato ci si chiese quindi se fosse possibile applicare questa molecola anche ai vegetali, abbattendo organismi nocivi come virus, batteri, funghi e parassiti.

Pensare di utilizzare il gas in ambienti aperti, come i campi, è difficile o addirittura impossibile. Era necessario trovare una soluzione che inglobasse le proprietà dell’ozono e trasferisse alle piante tutti i suoi benefici.

Dopo numerose prove, è stato scoperto che un olio vegetale è il giusto veicolo per stabilizzare la molecola dell’ozono. Abbiamo iniziato a trattare le piante con questo preparato, riscontrando risultati sorprendenti. BIOZON è un olio vegetale ad azione corroborante, trattato con ozono. Si tratta di una sostanza di origine naturale, non classificabile come fertilizzante e fitofarmaco, in grado di migliorare le risposte delle piante sottoposte a stress di natura biotica e abiotica. Allo stesso tempo è in grado di prevenire i processi degenerativi cellulari e aumentare la presenza di clorofilla, stimolandone maggiormente la fotosintesi clorofilliana, che è paragonabile al sistema immunitario nell’uomo. Inoltre irrorato sulla pianta, BIOZON crea una copertura, che la difende dagli attacchi degli organismi patogeni. Grazie alla sua versatilità, BIOZON può essere utilizzato nelle prime fasi di sviluppo della col- tura, incrementando i meccanismi di difesa della pianta. Oltre a ciò, trova la sua più interessante collocazione nelle fasi in cui gli organismi patogeni attaccano le piante. Da non trascurare il trattamento in pre-raccolta dei prodotti ortofrutticoli, che ne migliorano le qualità nutraceutiche e i vantaggi commerciali.

BIOZON è autorizzato dal MIPAAF (ministero dell’Agricoltura), poiché ha seguito l’apposito iter di approvazione e tutte le prove tecniche di efficacia previste dalla legge. Inoltre alcune pubblicazioni scientifiche riportano gli ottimi risultati ottenuti.

Per questo motivo, è impiegabile su tutte le colture, senza limitazioni in etichetta e giorni di carenza, attivando il sistema immunitario di piante e fiori. Viene utilizzato anche per giardini, orti e abitazioni in maniera totalmente sicura e naturale: le colture maggiormente interessate sono senza dubbio le piante da frutto e le colture orticole. BIOZON controlla i funghi, come la peronospora, il mal bianco, la muffa grigia, le virosi e le batteriosi delle piante e allontana parassiti, come gli afidi e la mosca della frutta.

Quindi questo olio corroborante non si limita a migliorare lo stato di salute della pianta, ma agisce anche contro gli agenti patogeni e i vari tipi di stress ambientali che interessano maggiormente le piante. È considerato uno dei prodotti per l’agricoltura più innovativi sul mercato, perché agisce contro funghi, virus e batteri e, grazie al suo odore sgradevole, crea anche un ambiente inospitale per i parassiti. Ovviamente, essendo un prodotto di origine completamente naturale, trova la sua possibilità di impiego in agricoltura biologica. Questo ne permette anche un sicuro utilizzo per l’operatore, che molto spesso è co- stretto ad intervenire con pesticidi, dannosi per l’uomo, nel tentativo di salvare i raccolti.


intervento di MARIANNO FRANZINI

pioniere italiano dell’ozonoterapia e nella rivoluzione ozono nel settore agroalimentare e nei vari utilizzi in ambito aziendale

L’ozono tra vigneti e cantina

Utilità dell’ozono in cantina per migliorare la qualità del vino

L’ozono è un gas instabile con un alto potere ossidante. È in grado di distruggere in pochi se- condi i microrganismi con cui viene a contatto, che siano batteri, funghi o virus. Per questo suo potere biocida viene preso in considerazione da chi è in cerca di una valida alternativa ai prodotti convenzionali per la difesa della vite.

Uno degli aspetti positivi è la sua efficacia: l’ozono è in grado di sanificare le colture uccidendo qualunque microrganismo che incontra. Il gran- de pregio dell’ozono è quello di essere un gas naturale, che si trova in atmosfera e non lascia alcun tipo di residuo sulle colture.

L’ozono si è dimostrato un grande amico del vino, in quanto miscelato all’acqua, normalmente in uso in cantina per lavare inox, barrique, pavimenti e altro ancora, impedisce all’acqua stessa di essere portatrice di batteri, virus e funghi. Tutti elementi altamente inquinanti e nocivi per il raggiungimento della miglior vinificazione e della vita del vino stesso. Infatti, batteri, virus e funghi possono alterare l’odore, il sapore e an- che il colore del vino. Usare l’ozono in cantina, vuol dire ridare non solo la massima naturalezza ma anche il massimo bouquet al vino stesso. A tal proposito sono stati effettuati numerosi test scientifici sia sui vigneti che in cantina, seguendo un apposito e più volte sperimentato proto- collo applicativo. I risultati sono ottimi, sia per la quantità, ma in particolar modo per la qualità del vino.

• L’ozono nei filari: meglio irrorare acqua ozonizzata o Biozon?

Il secondo grande fine di questo gas è quello di combattere batteri, virus e funghi nei filari: irrorando l’ozono attraverso l’acqua il risultato è minimo, in quanto all’aperto l’ozono decade rapidamente e non esplica completamente la sua azione germicida, se non per pochi secondi o minuti. Il calore e il vento sono grandi nemici della stabilità dell’ozono. Irrorando invece l’ozono al filare attraverso BIOZON, un composto biologico brevettato, si ottengono ottimi risultati in quanto l’olio si mantiene per molte ore sulle foglie e sull’apparato radicale, in modo da poter espletare tutte le sue funzioni germicide. Inoltre si è scoperto che l’olio iperozonizzato, con una metodologia molto speciale che lo aggrega in alte dosi, attiva la clorofilla della pianta stessa, esaltandone le proprietà e aumentandone il peso. Oltre che nei vitigni, l’ozono depura le acque e disinfetta le bottiglie durante il pre imbottiglia- mento in modo rapido ed efficace, senza lascia- re residui tossici. In particolare, la detersione riguarda la rimozione di materiale organico e inorganico che si accumula nel corso delle lavorazioni enologiche, ottenendo una perfetta pulizia di tutte le strutture in acciaio e rendendo praticamente nuove le botti.

L’utilizzo dell’ozono si è sviluppato notevolmente anche nell’enologia, dove il gas viene impiegato per la sanificazione e la detersione degli ambienti di produzione, delle superfici e dei contenitori (barrique, tini, bottiglie, cisterne inox) per l’imbottigliamento del vino.

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Intervento realizzato con il finanziamento FEASR del Piano di Sviluppo Rurale 2014-2020 della Regione Toscana - Bando attuativo della Sottomisura 1.2

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